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Alla scoperta di Jamal Khashoggi attraverso le sue proprie parole

 

Chi era Jamal Khashoggi? Nato alla Medina, Arabia Saudita, classe 1958. Rampollo di una famiglia importante, il nonno è stato il medico personale del fondatore di quello Stato; nipote del multimiliardario saudita Adnan Khashoggi, cugino di Dodi al-Fayed, scuole elementari e medie in patria, poi un baccellierato in Business Administration all’Indiana University, USA.
Intraprende la carriera giornalistica. Va in Afghanistan come corrispondente ai tempi della resistenza all’invasione sovietica; è entusiasta della lotta dei Mujaheddin, si fa fotografare con un mitra in mano. Diventa amico di Bin Laden, ne ripudia totalmente i metodi dopo le Torri Gemelle.
Legato in modo mai davvero chiarito alla Fratellanza Musulmana, prende comunque le distanze dalle Primavere Arabe.
Diventa un giornalista famoso in medio oriente.
Lunghissima la lista dei quotidiani e delle emittenti televisive con cui ha collaborato e di cui è stato direttore o editore.
Giornalista scomodo. Nel 2003 diventa direttore del più accreditato giornale saudita: Al-Watan, lo licenziano dopo due mesi per la pubblicazione di un articolo che alla famiglia reale non è piaciuto. Va in esilio a Londra, nel 2007 ridiventa direttore di Al-Watan, stavolta dura tre anni prima di essere costretto alle dimissioni dopo aver pubblicato un altro articolo che, diciamo così, non è piaciuto ai chierici di quelle parti.
Nel settembre dell’anno scorso lascia l’Arabia Saudita per paura di essere arrestato, inizia a scrivere per il Washington Post.
Il 2 ottobre scorso entra nel consolato saudita di Istanbul per ottenere i documenti per potersi risposare. Non ne uscirà più. Uomini dei servizi segreti Turchi raccontano confidenzialmente ai giornali di avere le prove che agenti dell’Arabia Saudita lo hanno catturato nel consolato, torturato ed ucciso. Poi il corpo è stato fatto scomparire.

Le brevi notizie biografiche raccolte su Jamal Khashoggi incuriosiscono. Sembra venirne fuori la figura di un pensatore autonomo, scomodo per chiunque, mai veramente legato a nessuno, sempre poco allineato e quindi molto chiacchierato, sospettato di tutto e del contrario di tutto. Un uomo ambiguo? Forse una ex-spia?
Più si cerca di “avvicinarsi” a Jamal Khashoggi, più la sua figura appare contraddittoria e sfuggente.

Allora proviamo a lasciare parlare lui, Khashoggi, il giornalista. Leggiamo la sua prosa scorrevole, il suo stile sempre moderato, il modo semplice e piano di affermare le proprie convinzioni

Lasciamo parlare Jamal Khashoggi e cominciamo dalla fine, dal suo auto-esilio negli USA, nel 2017:

Washington Post: 18 settembre 2017

“…la settimana scorsa circa 30 persone risultano essere state rastrellate dalle autorità (saudite), prima dell’ascensione al trono del principe reale. Alcuni degli arrestati erano miei buoni amici, e il fatto rappresenta la pubblica umiliazione degli intellettuali e dei leader religiosi che osano esprimere opinioni contrarie alla leadership (del Paese).
E’ stato doloroso per me, alcuni anni fa, quando diversi amici furono arrestati. Non dissi nulla. Non volevo perdere il mio lavoro o la mia libertà. Ero preoccupato per la mia famiglia.
Ora ho fatto una scelta diversa. Ho lasciato la mia casa, la mia famiglia e il mio lavoro, ed ho alzato la voce. Fare in altro modo avrebbe significato tradire quelli che languiscono in carcere. Io posso parlare quando tanti non possono farlo. Io voglio farvi sapere che l’Arabia Saudita non è sempre stata come è ora. Noi Sauditi meritiamo di meglio”.

Colpo di scena, ci è stato raccontato del grande sconvolgimento nella leadership dell’Arabia Saudita, che ha portato – cosa mai accaduta – un giovane di 32 anni al titolo di Principe ereditario. Ci è stato raccontato dell’intraprendenza del giovane Principe Mohamed Bin Salman, delle sue riforme per permettere la guida alle donne e la riapertura dei cinema. Ci hanno parlato della sua volontà di mettere da parte il clero wahabita, che predica un Islam estremo, rigorosissimo e misoneista. Sappiamo che il Principe si incontra con i Tycoon americani, lo vediamo fotografato in abiti occidentali – col cappello da baseball in testa – mentre guarda una partita di calcio… e qui i conti non tornano, come mettere insieme la figura dell’innovatore Bin Salman con la frase di Khashoggi: “Io voglio farvi sapere che l’Arabia Saudita non è sempre stata come è ora. Noi Sauditi meritiamo di meglio”, che invece descrive inequivocabilmente un passo indietro nell’esercizio dei diritti in quel Paese?

Continuiamo a leggere, dallo stesso articolo:

…”Il Principe Mohamed (Bin Salman) ha ragione ad andare contro gli estremisti. Ma sta andando contro la gente sbagliata. Dozzine di intellettuali Sauditi, esponenti del clero, giornalisti, star dei social media, sono stati arrestati negli ultimi due mesi – la maggioranza dei quali, nella peggiore ipotesi, sono mediamente critici con il governo. Nello stesso tempo, molti membri del Consiglio degli Ulema hanno idee estremiste. Sheik Saleh Al-Fawzan, che è tenuto in alta considerazione dal Principe Mohamedha detto in televisione che gli sciti non sono neanche musulmani. Sheik Saleh Al-Lohaidan, anche lui tenuto in gran conto, ha dato un parere legale che dice che il re Musulmano non è vincolato a consultare chicchessia.
Queste opinioni reazionarie circa la democrazia, il pluralismo od anche le donne che guidano l’auto, sono protette da decreto reale dai contro-argomenti o dalle critiche.”

Altro colpo di scena. Qui l’intreccio si infittisce, la figura di Mohamed Bin Salman diventa ambigua, il modernizzatore dell’Arabia Saudita persegue i critici moderati e tiene bordone ai preti dell’estremismo sunnita?

Continuiamo a leggere…

Washington Post: 03 settembre 2018

“…Sono d’accordo con Mohamed Bin Salman sul fatto che la nazione dovrebbe ritornare al clima precedente al 1979, anno in cui il governo ripristinò la linea dura delle tradizioni Wahabite. Le donne oggi dovrebbero avere gli stessi diritti degli uomini. E tutti i cittadini dovrebbero avere il diritto di esprimere il loro pensiero senza paura di finire in prigione. Ma rimpiazzare i vecchi metodi dell’intolleranza con la nuova strada della repressione non è la risposta.”…

… “I liberali, il cui lavoro era un tempo censurato o vietato dai Wahabiti della linea dura, hanno ribaltato la situazione: sono essi ora che bandiscono ciò che loro vedono come linea estremista. …”

e ancora Washington Post: 18 settembre 2018

… “Mi angoscia parlare con altri amici Sauditi a Istanbul e a Londra, che sono come me in auto-esilio. Saremo almeno in sette – stiamo diventando il nucleo fondante di una diaspora Saudita? Passiamo ore ed ore al telefono cercando di capire questa ondata di arresti che ha incluso il mio amico, uomo d’affari e ponderata celebrità di Twitter, Essam Al-Zamil. Questo è il modo mozzafiato in cui puoi cadere in disgrazia in Arabia Saudita. E’ sconvolgente. Ma questo non è sempre stata l’ordinaria amministrazione nel mio Paese.”

Concludiamo il quadro del nuovo corso Saudita del Principe Mohamed Bin Salman – che Jamal Khashoggi ci lascia in eredità – con questo ultimo spezzone di articolo: è stato scritto per il Washington Post del 3 aprile di quest’anno, e suona come un agghiacciante, drammatica, auto-profezia:

“….il messaggio è chiaro a tutti: qualsiasi attivismo deve essere svolto con il governo e nessuna voce indipendente od opinione contrastante sarà permessa. Ciascuno deve rimanere nella linea del partito. Non c’è altra strada per noi? Dobbiamo scegliere tra i cinema e il nostro diritto di esprimerci come cittadini, sia supportando, che criticando le azioni del nostro governo?
Dobbiamo soltanto appoggiare entusiasticamente le decisioni del nostro leader, la sua visione del futuro, in cambio del nostro diritto di vivere e di viaggiare liberamente…”.

 

Moderato nei toni e nelle manifestazioni di dissenso, equilibrato nel dare giudizi, disperato per l’impossibilità di poter dare un contributo costruttivo al Paese che ama e dove vorrebbe vivere, Jamal Khashoggi rimane refrattario a qualsiasi tentativo di analisi della sua figura politica. Come Il Gatto del Cheshire, Khashoggi sembra essere collocato in molti posti contemporaneamente. Ma se, nel corso di questa lettura, la sua immagine rimane evanescente, invece si va precisando – per converso – l’immagine dell’uomo da cui Khashoggi, che lui lo volesse dire o no, apertamente dissente: Mohamed Bin Salman.
Il Principe descritto in questi articoli riporta alla mente i despoti illuminati nell’Europa del ‘700. Re e Regine affascinati dalle nuove idee illuministe, ma che le applicheranno con gli stessi metodi con cui altri monarchi assoluti avevano difeso l’ancien régime. In feroce e determinata solitudine, reprimendo ogni idea di dibattito o di confronto. Distruggendo brutalmente qualsivoglia opposizione. Non si può equivocare Khashoggi quando dice: “Dobbiamo scegliere tra i cinema e il nostro diritto di esprimerci come cittadini…?”. Riaprire i cinema, dare il diritto di guidare alle donne è un’idea, anche una buona idea, ma questo non fa di chi ha quell’idea un fautore della democrazia.
Al contrario, anzi, ci dice questo giornalista scomparso nel buco nero di un consolato saudita di Istanbul.
Rimane, a chi la ascolta, l’eco di questa voce che avrebbe voluto essere libera, che ricercava l’equilibrio dei pensieri, che non alzava mai i toni, che – a leggerla – trasuda civiltà.

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