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NOTIZIE DAL MONDO – Cap. 10

SIRIA:

Il 17 settembre Russia e Turchia hanno stipulato un accordo che ha evitato all’ultimo momento una spaventosa guerra nella provincia di Idlib, ultimo bastione di resistenza al regime di Bashar Al-Assad. L’accordo prevede una zona demilitarizzata su una fascia di 15/20 km che circonda la provincia (vedi cartina).
I gruppi di resistenza sunnita devono ritirarsi da questa zona, che dovrebbe poi essere pattugliata congiuntamente da Russi e Turchi.

Come hanno reagito a questo accordo le formazioni militari sunnite presenti a Idlib?

Una prima “buona notizia” era arrivata dall’agenzia Reuter, la quale aveva informato che i miliziani di Faylaq Ash-Shaam si stavano ritirando dalla zona. Faylaq Ash-Shaam l’ha immediatamente smentita.

Jahish al-Izza, che aveva inizialmente appoggiato l’accordo sulla zona demilitarizzata, ha ritirato il proprio sostegno.

Hurras al-Din ha rifiutato l’accordo, ed ha invitato tutti i suoi combattenti a iniziare azioni militari “contro i nemici della religione, per far saltare i loro piani”.
Sulle stesse posizioni si sono schierate le formazioni di Ansar al-Din, Ansar al-Tawhid, Ansar Allah, Raggruppamento al-Furqan, Jund al-Quqaz ed altri gruppi armati jihadisti vari ed eventuali.

Persino la formazione più legata alla Turchia, il Fronte di Liberazione Nazionale, non vuole pattugliamenti Russi nella zona demilitarizzata, come invece è previsto dagli accordi. Il FLN ha dichiarato che il rifiuto delle pattuglie russe nella zona: “per noi è una linea insuperabile”; “Restiamo con le nostre armi nelle nostre trincee”, “non ci fidiamo dei russi, che potrebbero rompere l’accordo da un momento all’altro come hanno fatto in precedenza”.
Nota: il “Fronte di Liberazione Nazionale” è una formazione recente, costituitasi con la riunione di 11 diverse milizie sotto un unico comando.

Hayaat Tharir Al Sham (ex Al Qaida), la formazione militare più importante a Idlib, che controlla circa il 60/70% della provincia, tace.

Cosa succede nel frattempo, sul terreno e nella “zona demilitarizzata”, a Idlib?

Ci si ammazza, ma poco, si bombarda, ma meno.
C’è una serie continua di omicidi mirati, non passa giorno che non si trovi un dirigente di qualche formazione jihadista cadaverizzato da qualche parte; il sospetto è che i Servizi turchi stiano facendo, come dire, un certo lavoro di dissuasione; per il resto i filo-turchi del Fronte di Liberazione Nazionale e i miliziani jihadisti di  Hayaat Tharir Al Sham continuano a combattersi un po’ ovunque nella provincia: rapimenti, autobombe, colpi di mortaio, attacchi a villaggi controllati dall’una o dall’altra formazione.
Nella presunta “zona demilitarizzata” l’esercito siriano e le formazioni di resistenza continuano a bombardarsi, anche se con meno intensità. Quotidianamente si registrano attacchi missilistici contro i villaggi di Idlib e, viceversa, contro i villaggi controllati dal regime sull’altro lato del fronte.
A questo punto è bene chiarire una cosa, la futuribile “zona demilitarizzata” prevista dagli accordi Russo-Turchi non è formata da campi incolti, in quella zona ci sono dei villaggi e quei villaggi sono controllati dalle milizie anti-Assad. In pratica, stabilire una zona cuscinetto di 15 km, come previsto dagli accordi, significa – appunto – far arretrare il fronte della resistenza sunnita di quella stessa distanza.

Cosa ne sarà dell’accordo che ha evitato le strage ad Idlib?

Se si chiede ai Turchi come va l’implementazione dell’accordo, loro rispondono che tutto procede per il meglio, dai Russi arrivano dichiarazioni più sfumate. L’accordo stabiliva che i Turchi dovevano creare la zona demilitarizzata  entro il 10 ottobre. Oggi è il 6 ottobre e da quella zona non risulta che si sia ritirato nessuno. Che succederà? Non è automatico che la guerra riesploda l’11 ottobre, anzi. I termini dell’accordo potrebbero essere posticipati, od anche rivisti… staremo a vedere.

Lo slittamento di Trump.

Tutta la campagna elettorale di Trump era stata all’insegna del disimpegno in medio-oriente, gli analisti contrapposero all’epoca un Obama “interventista” (sebbene riluttante ad andare fino in fondo) ad un Trump isolazionista. Qualcosa è cambiato, forse di 180 gradi.

Pochi mesi fa Trump aveva dichiarato:
“I nostri soldati (circa 2.000) lasceranno la Siria presto, molto presto”.

Un mese fa la dichiarazione era:
“I nostri soldati resteranno in Siria fino a quando in Siria ci sarà il terrorismo”

Quindici giorni fa la dichiarazione è stata:
“Resteremo in Siria fino a quando non avremo finito di fare quello che dobbiamo fare”
(tipo l’idraulico che ti dice: “Cosa vuole che le dica? A fare il lavoro ci metterò quello che ci devo mettere”..)

La dichiarazione di qualche giorno fa è stata molto più chiara:
“I nostri soldati resteranno in Siria fino a quando non se ne andranno dalla Siria i soldati e le milizie iraniane”.

C’è un uomo nuovo a sovraintendere le operazioni politico-militari in Siria, è stato nominato dall’amministrazione Trump a metà agosto. Si chiama James Jeffrey.
James Franklin Jeffrey: Rappresentante USA per l’Impegno in Siria, 72 anni, ex ufficiale di fanteria dell’esercito americano, ha servito in Germania ed in Vietnam,parla turco, tedesco e francese, dove c’è un casino mandano lui: Germania quando veniva giù la Germania Est (e l’Unione Sovietica), Kuwait durante l’Operazione “Volpe nel Deserto”, Prima Guerra del Golfo, pacificazione della Bosnia…
Jeffrey ha rilasciato una intervista inequivocabile al giornale “Al-Sharq Al-Wasat:
“Noi vogliamo essere partner nelle azioni diplomatiche dei nostri alleati, ed anche a livello militare, per realizzare l’obiettivo di espellere l’Iran dalla Siria”.

…Frederick Kagan ha recentemente pubblicato una sua analisi sul confronto USA-Iran. L’idea di Kagan è di rovesciare il regime iraniano sul modello del rovesciamento del regime Sovietico: affossare l’economia iraniana con le sanzioni, far diventare la Siria “l’Afghanistan degli iraniani” (il riferimento è, ovviamente, la guerra perduta dall’URSS in quel Paese) e far diventare l’Iraq “la Polonia degli iraniani” (si fa riferimento alla Polonia di Lech Walesa che determinò l’inizio del crollo dell’influenza russa nell’Europa dell’est). Non saprei dire se questa ipotesi è condivisa dall’attuale amministrazione americana, ma – al momento – restano pochi dubbi sul fatto che gli USA si stiano concentrando su una battaglia a tutto campo contro l’Iran, e che “il disimpegno in medio oriente”, dichiarato da Trump sino a poco tempo fa, sia ormai acqua passata.

Le spie venute da Paperopoli

C’è stata un’operazione di controspionaggio anglo-olandese. Quattro spie Russe beccate in un pargheggio dell’Aia (Olanda), dentro ad un’automobile insieme a un quintale di apparecchiature elettroniche. Il parcheggio era vicino alla sede dell’OPCW (Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche), gli agenti Russi cercavano di danneggiarne i computer con un’operazione di hackeraggio. Perché? L’OPCW sta indagando sull’omicidio per avvelenamento, a Londra, della spia doppiogiochista Russa Sergei Skripal e di sua figlia. L’OPCW sta anche indagando sul presunto attacco chimico dell’Esercito Siriano a Douma. Come dire…
L’operazione spionistica deve essere stata accuratamente pianificata a Paperopoli. Quando i nostri magnifici quattro sono arrivati in Olanda il controspionaggio già li aspettava, devono averli fotografati anche quando erano al bagno, ma soprattutto:

“Officials also found Alexei Morenets’s taxi receipt, which showed he had travelled from the GRU headquarters to a Moscow airport on 10 April – the day they arrived in the Netherlands. (Fonte: BBC)”

Cioè, fammi capire…tu vai a fare un’operazione criminale in un Paese sovrano e ti fai trovare in tasca la ricevuta del taxi del giorno in cui sei volato da Mosca all’Olanda con il percorso dalla sede dei Servizi Segreti Russi (GRU) all’aeroporto??
All’Ufficio Rimborso Missioni del GRU ci devono essere degli impiegati che non sentono ragione…

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