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NOTIZIE DAL MONDO – Cap. 11

 

SIRIA:

Le premesse:

il 12 settembre scorso – a Sochi – Russia e Turchia firmano un accordo in 12 punti. Prevede una tregua nella provincia di Idlib, l’ultima rimasta in mano alle milizie dell’opposizione sunnita. L’accordo prevede che Russi e Siriani rinuncino ad invadere Idlib a patto che si crei una zona pseudo-smilitarizzata in una fascia di territorio che circonda quella provinicia. Tale zona-cuscinetto dovrebbe essere della profondità di 10/15 km, ed una volta implementata dovrebbe essere pattugliata da Russi e Turchi.
Due i punti fondamentali dell’intesa:
1)entro il 10 ottobre tutte le armi pesanti di tutte le milizie presenti dovranno essere ritirate dalla zona cuscinetto.
2) entro il 15 ottobre “tutti i gruppi terroristi” dovranno ritirarsi dalla zona cuscinetto.

Per “tutti i gruppi terroristi” si devono intendere tutti i gruppi jihadisti, ma si devono escludere le milizie filo-turche raccolte nella sigla “Fronte di Liberazione Nazionale”; per questo usiamo il termine “zona pseudo-smilitarizzata”, perché in realtà non è previsto che il Fronte di Liberazione Nazionale abbandoni la zona cuscinetto.

Che milizie sono presenti nella zona?:

semplifichiamo, circa il 70% di Idlib è controllato da Hayat Tahrir al Sham (ex Al Qaida) ed altre milizie jihadiste minori, il restante 30% circa è controllato dal Fronte di Liberazione Nazionale.

Oggi è il 16 ottobre: cosa è successo nella realtà?
A far data dal 10 ottobre le armi pesanti nella zona cuscinetto non si sono più viste. Sia quelle del Fronte di Liberazione Nazionale, che aveva accettato l’accordo di Sochi, sia quelle di Hayat Tahrir al Sham. HTS non ha mai rilasciato dichiarazioni su questo punto dell’accordo, ma – in silenzio – ha fatto scomparire le proprie armi pesanti dalla zona.
Usiamo i termini “non si sono più viste” o “fatto scomparire” perché non è chiaro se queste armi pesanti siano state davvero ritirate dalla fascia smilitarizzata oppure siano state soltanto nascoste ma rimangono dov’erano prima.

A far data dal 15 ottobre nessuna milizia jihadista si è ritirata di un millimetro dalla zona “smilitarizzata”. E qui Hayat Tahrir al Sham un comunicato lo ha fatto, ieri, ed ha detto: non ci ritiriamo.

Non è comunque detto che questo farà ripartire la guerra domani. In Siria non si muove nulla senza il permesso di Putin. L’esercito siriano ha il problema del numero, è stato decimato dalle morti in combattimento degli ultimi sette anni e dalle diserzioni. Senza il supporto aereo ravvicinato della Russia l’esercito di Bashar al Assad non può fare molto, tantomeno ad Idlib, dove si calcola abbia di fronte dai 60.000 ai 100.000 miliziani esperti, bene armati ed organizzati. Dunque si tratta di capire se, accordi riusciti o meno, Putin abbia comunque deciso di congelare la fase bellica del conflitto in attesa di nuovi sviluppi. Putin ad esempio potrebbe mostrare al mondo che la Turchia non è in grado di mantenere quanto ha promesso, e cioè di essere capace di gestire l’accordo di Sochi, né di avere la volontà di combattere davvero i gruppi jihadisti che non si sono ritirati e, a quel punto – soprattutto se i jihadisti continueranno ad attaccare il fronte siriano partendo da quella che doveva essere la “zona smilitarizzata” –  un intervento militare Russo-Siriano-Iraniano avrebbe maggiori “ragioni” dalla sua parte. Staremo a vedere.

 

ARABIA SAUDITA
Un giornalista saudita, Jamal Khashoggi vuole risposarsi in Turchia. Va al consolato dell’Arabia Saudita per ottenere dei documenti per il matrimonio, gli dicono: “torni la prossima settimana”. Torna la settimana dopo – il due di ottobre – accompagnato dalla futura moglie turca. Prima di entrare al consolato dice alla futura moglie:“aspettami fuori”, poi entra e scompare.
Uomini dei servizi segreti Turchi raccontano confidenzialmente ai giornali di avere le prove che Khashoggi è stato catturato nel consolato, torturato e ucciso. Poi il corpo è stato fatto scomparire.
Tra le prove fin qui raccolte una è schiacciante. Il giorno che Khashoggi è scomparso, sono arrivati in aereo ad Istambul 15 uomini dall’Arabia Saudita, che quel giorno sono entrati in consolato e la sera stessa sono ripartiti per Riad. Tutto fa pensare ad una squadra di killer, ma, incredibilmente, l’emittente saudita Al-Arabiya sostiene che erano 15 turisti. Turisti per un giorno, diciamo così.
Jamal Khashoggi era un importante giornalista di al Watan (quotidiano saudita); all’avvento al potere del giovane Mohammed Bin Salman aveva inziato, dalle pagine di quel giornale, a criticarne l’azione. Per questo dopo un po’, sentendosi in pericolo, si era auto-esiliato negli Stati Uniti dove ora scriveva per il Washington Post, continuando le sue critiche al rampante “MBS”.

Mentre scrivo circola notizia che l’Arabia Saudita – messa alle strette – dichiarerà che l’operazione è stata compiuta da dei pazzi dei servizi segreti sauditi all’insaputa del Principe Bin Salman, oppure che l’azione è stata fatta proprio per screditare Mohammed Bin Salman. Se davvero verrà diffusa, questa tesi sarebbe poco credibile.
Non è ragionevole pensare che una squadra di 15 assassini parta in missione per ammazzare un dissidente di quella fama, dentro a un consolato, in un Paese straniero, senza che il capo  di una delle più chiuse monarchie assolute del Mondo ne sappia nulla.
Certo questa versione, se mai vedrà la luce, salverebbe capra e cavoli. Laddove la capra sono le ingenti vendite di armi e i cavoli sono gli ingenti acquisti di petrolio che tutto il “mondo civile” pratica con l’Arabia Saudita

 

Ora, a chi vi scrive sorgono spontanee due domande:

Uno: cosa sapeva Jamal Khashoggi degli affari della Famiglia Reale Saudita?

Due: vale la pena di inondare di armi di ultima generazione un Paese retto da gente del genere?

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