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LIBIA: CONFERENZE E REALTÀ

 

La Libia è mai esistita?

Quando i Turchi Ottomani, nel corso del 1500, conquistarono l’area geografica che oggi chiamiamo Libia, la divisero in due province (vilayet): la Cirenaica e la Tripolitania. Due province distinte e separate, e poco confinanti perché divise da un mare di sabbia. La dominazione turca si estendeva anche su una zona desertica lontana dalla costa di cui i Turchi si occuparono poco: il Fezzan.

Il termine “Libia” lo dobbiamo ad un geografo italiano, tale Minutilli, che lo rese pubblico nel 1903. La “Libia” di Minutilli era appunto il pascialato turco di Cirenaica e Tripolitania. Questo termine – Libia – fu adottato ufficialmente dal governo italiano nel 1911, dopo la conquista coloniale, che unificò i due antichi vilayet turchi ed il Fezzan.

(A proposito di “italiani brava gente”, nel corso del periodo coloniale gli italiani hanno ammazzato un libico su dieci.Questo simpatico modo di fare riporta alla mente una tradizione degli antichi romani: la decimazione – appunto – dal latino:“decimatio”.)

All’indomani della seconda guerra mondiale la Libia venne  liberata dalla dominazione coloniale italiana ed affidata a Re Idris, il nuovo stato “Libia Unita” (la lingua batte dove il dente duole), era formato da tre stati autonomi: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, ed aveva due capitali: una in Tripolitania (Tripoli) ed una in Cirenaica (Bengasi). Nello stesso anno in cui iniziò la sua esportazione di petrolio, il 1963, la Libia divenne formalmente un unico Stato. Questa esperienza durò solo sei anni. Poi ci fu il colpo di stato di Gheddafi.

Difficile pensare che Gheddafi abbia fatto molto per la formazione di un vero stato unitario. Le idee guida di Gheddafi erano pan-arabe e pan-africane; Gheddafi ragionava in grande, le sue visioni sociali erano arabo-afro-ecumeniche, ed a tratti anche cosmiche, visto il personaggio.

Oggi ci ritroviamo alle prese con una Libia dove si fronteggiano due governi e due capitali: e ci si chiede se sia una combinazione che le sedi dei due governi nemici siano proprio Tripoli e Bengasi; le due capitali degli stati autonomi della Libia di Re Idris e prima ancora le antiche città dei vilayet turchi di Tripolitania e di Cirenaica

Viene spontaneo domandarsi: ma siamo sicuri che la Libia, la Libia come stato unitario, sia mai esistita e dunque esista? La domanda non è peregrina, visto che in molti sembrano darsi un gran da fare per organizzare elezioni, costituzioni e parlamenti libici, bisognerebbe prima essere ragionevolmente sicuri che esista la Libia – prima di tutto nella coscienza dei suoi abitanti.

 

La Tripolitania, la Cirenaica e i loro sponsor.

Ho rivisto recentemente un conoscente egiziano che non incontravo da un po’. La domanda che subito gli ho fatto è stata: “Ma, scusami, leggendo i giornali mi sono chiesto: ma quanta gente (della Fratellanza Musulmana) hanno arrestato in Egitto?”, mi ha risposto: “Eh, hanno dovuto costruire delle prigioni nuove per tenerli dentro tutti. Costruiscono prigioni e non scuole…”.

Da sempre fuorilegge, la Fratellanza Musulmana è l’opposizione storica ai governi arabi per come li abbiamo imparati a conoscere: le monarchie assolute degli Stati del Golfo (Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in testa) ed il socialismo-nazionale dei militari (l’Egitto di Moubarak, la Siria degli al-Assad, l’Iraq di Saddam Hussein).
Ogni volta in cui gli è stato permesso di partecipare in qualche forma alle elezioni i Fratelli Musulmani hanno vinto: il Fronte Islamico di Salvezza in Algeria (1991), il Partito Libertà e Giustizia di Mohamed Morsi in Egitto (2012) , il Partito Ennahda in Tunisia (2011) la Lista Cambio e Riforma di Hamas in Palestina (2006). (Hamas non è identificabile con la Fratellanza Musulmana ma c’è un legame tra le sue radici politiche e quest’ultima).

Con l’eccezione della Tunisia, ogni qual volta la Fratellanza Musulmana ha preso il potere attraverso le elezioni è stata rovesciata militarmente.

I Fratelli Musulmani ed i restauratori dei regimi “laici” all’ombra di un Raiss in divisa sono state la forze sociali che immediatamente hanno prevalso all’indomani delle Primavere Arabe. Lo scontro – ripetiamo, con la sola eccezione della Tunisia – è stato immediato e di tipo militare, senza mediazioni e senza pietà.

La Libia non ha fatto eccezione, la seconda guerra civile libica è esplosa quando il confronto tra queste due forze si è presentato nel futuro libico all’indomani della caduta di Gheddafi.

E’ difficile pensare che sia solo per una combinazione che la parte della Libia attualmente “governata” (si fa per dire) da Fayez al-Sarraj sia ritagliata esattamente nella regione della Tripolitania, ed i suoi difensori internazionali siano i Paesi guida della Fratellanza Musulmana: Turchia e Qatar; per converso la parte della Libia “governata” dal Feldmaresciallo Khalifa Haftar si estende su una Cirenaica un po’ più allargata ed i suoi sponsor sono l’Egitto di Al-Sisi e l’Arabia Saudita di Mohamed Bin Salman. Due stati in cui la Fratellanza Musulmana è fuorilegge.

Si diceva prima: non c’è mediazione e non c’è tolleranza tra questi due avversari che si fronteggiano nel mondo arabo. L’uomo forte della Cirenaica, Haftar, non si siede a parlare con Khalid al-Mishri,leader dei Fratelli Musulmani in Libia, diventato recentemente niente meno che il Presidente dell’Alto Consiglio di Stato della Libia (questo è il nome del governo di Al-Sarraj in Tripolitania). Haftar non entra neppure nella stessa stanza in cui c’è Al-Mishri.  Infatti, alla Conferenza di Palermo, Haftar non lo ha fatto.

La seconda domanda che riteniamo ragionevole farci è dunque: visto che in molti sembrano darsi un gran da fare per organizzare elezioni in Libia, e le vorrebbero fare il prima possibile, siamo sicuri che sia una buona idea mettere al confronto due nemici che si combattono senza esclusione di colpi? Non potrebbe succedere quello che è già accaduto nel 2014, quando in Libia chi ha pensato che avrebbe perso le elezioni ha scatenato la guerra?

Abbiamo voluto qui interrogarci su due linee di frattura dell’universo-Libia, c’è poi la Libia delle Milizie (e di questo abbiamo fantasiosamente parlato in passato qui ). Inoltre bisognerebbe tenere conto della Libia delle etnie che si combattono nel Fezzan: Tebu e Tuareg, sopra tutte…

 

Conferenze e realtà

La data della Conferenza di Palermo sulla Libia non era stata scelta a caso. La conferenza iniziava il giorno dopo le celebrazioni tenutesi a Parigi per l’anniversario della conclusione della prima guerra mondiale. Tutti i leader dei principali Paesi del mondo erano ad un’ora di aereo dalla sede della conferenza. Non ci è andato nessuno. Peggio, USA e Russia non hanno mandato neppure i loro “numeri due” in fatto di politica estera: Mike Pompeo e Sergej Lavrov.
Perché a Palermo non è andato nessun capo di stato? Perché nessun leader del mondo ha voglia di mettere la propria faccia su una causa persa.

L’ONU sta promuovendo un’operazione di state-buiding in Libia e lo fa con gli strumenti classici del bagaglio occidentale: portiamo le parti in conflitto a un tavolo, gli facciamo scrivere una bozza di costituzione e una legge elettorale, poi gli facciamo fare le elezioni e tutto si risolve.
Tutto questo può accadere: ma solo a patto che nelle persone che dovrebbero partecipare al processo di costruzione dello stato alberghi la convinzione di essere parte dello stesso Stato. Ma se nel sentimento delle persone i riferimenti di appartenenza sono invece la tribù, la milizia, l’etnia, l’area regionale, la legge islamica delle origini, l’esercito-guida come grande “pacificatore”, allora non c’è processo di democratizzazione che tenga e non c’è conferenza internazionale che tenga. Non solo, mettere in moto un meccanismo che cerca a tutti i costi di tenere insieme ciò che insieme non sta può portare all’esplosione.

Ci sono state stragi infinite per arrivare alla formazione degli odierni stati europei, così come ci sono voluti centinaia di anni,  e guerre sanguinose, perché l’Europa arrivasse al sistema di composizione dei conflitti sociali attraverso il meccanismo democratico/parlamentare per come noi oggi lo conosciamo. Ci capita di pensare alla democrazia come a un inizio, ed è  anche vero; ma le elezioni, il parlamento, il dibattito politico, i rapporti maggioranza-opposizione sono in primo luogo il risultato di un lungo e non lineare processo culturale: sono prima di tutto la conclusione di un processo politico e solo successivamente rappresentano l’inizio di un periodo nuovo.
Allo stesso modo, conferenze come quella di Palermo possono arrivare soltanto alla fine di un lungo processo diplomatico, non possono esserne l’inizio.

Tra pensare di costruire un medio-oriente copiato e incollato sui modelli occidentali e invece lasciare che tutto vada a catafascio ci potrebbe essere una ragionevole via di mezzo: prendere atto della frammentazione e lavorare perché questa frammentazione, per ora, si stabilizzi su delle linee di confine. Poi, con il tempo, tra quelle linee di confine potranno iniziare i dialoghi, gli scambi, gli accordi. Alla fine di questo processo virtuoso sarà anche possibile che le parti divise si riassemblino e creino dei nuovi Stati.

“Interesse nazionale” non è una parolaccia, esiste un “Interesse nazionale europeo” a che i Paesi del medio oriente sconvolti dalle guerre civili si stabilizzino. La loro stabilizzazione per noi significa maggior controllo delle formazioni terroristiche,  maggior controllo del fenomeno migratorio, maggior possibilità di ampliare investimenti e commerci in quelle regioni.  Tutto questo è maledettamente e urgentemente concreto. Non siamo dunque nel corso di una “grande battaglia ideale per l’affermazione della democrazia nel mondo”; siamo a fronteggiare una grave crisi che si riverbera pesantemente sulla nostra economia, sulla nostra sicurezza, sulla nostra tenuta democratica. Dobbiamo essere pragmatici. Dobbiamo cercare di comprendere la realtà che abbiamo di fronte. Farsi fotografare con Serraj ed Haftar può soddisfare l’ego di qualche leader – francese o italiano che sia -ma non ci porta da nessuna parte.

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