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IL “PARTITO DEL WELFARE” HA CAMBIATO COLORE

Nel corso degli anni ’80 del secolo scorso il debito pubblico italiano raddoppiò. Gli effetti di quella scelta, la sua eredità sulle generazioni successive fino ai giorni nostri, è stato uno degli elementi che hanno determinato il declino del sistema economico di questo Paese.
Molti di voi ricorderanno le grandi manifestazioni organizzate dal Partito Comunista Italiano per protestare contro questa distruzione del nostro futuro economico… come dite? Non ve le ricordate? Giustamente non ve le ricordate perché non ci furono.
La storia degli anni ’80 e del raddoppio del debito pubblico va allargata: se è vero che i governi a guida Democristiana e Socialista aprirono in quel decennio una voragine nel debito, è anche vero che poterono farlo senza trovare opposizione alcuna. Nessuno quindi può considerarsi assolto da quella scelleratezza, né il governo né l’opposizione.

Così come in tutto il mondo, la sinistra italiana era nata avendo come punto di riferimento l’emancipazione delle categorie sociali più deboli. Nel dopoguerra il PCI aveva presto messo in minoranza al suo interno l’idea di rovesciare il sistema capitalista con la forza, ed aveva continuato la sua missione di rappresentanza del “popolo” diventando il partito che reclamava maggior reddito e maggiori tutele per i lavoratori.
Ben presto il Partito Comunista Italiano divenne il principale “Partito del Welfare” in Parlamento. Non l’unico ma certamente il più importante ed il più determinato.
Tutela rigida del posto di lavoro, intervento dello Stato in caso di fallimento aziendale, sanità gratuita per tutti, un sistema pensionistico il più favorevole possibile, trasporti e servizi pubblici a prezzi calmierati, costruzione di case popolari, assistenza alla povertà ed alla disoccupazione, investimenti per le aree depresse.
Nella messa in pratica di queste ed altre garanzie sociali, l’intervento dello Stato-imprenditore in economia – visto come “padrone” disinteressato al profitto, e dunque più umano, più equo, fors’anche più munifico – era sempre incoraggiato e ritenuto auspicabile. La copertura delle spese di welfare trovava soluzione in un forte aumento della tassazione progressiva, vista anche come elemento equilibratore delle differenze sociali.

Ma anche se non era più un partito “rivoluzionario”, per converso il PCI continuava ad essere un partito anticapitalista. Sentiamo cosa diceva il suo Segretario – Enrico Berlinguer – proprio all’inizio del decennio degli anni ’80.
Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza.”.
Pur rifutando il sistema rigidamente centralizzato dei sistemi socialisti allora conosciuti, e pur accettando, in linea di principio, l’idea dell’iniziativa individuale e l’idea che il ruolo dell’impresa privata  nella società debba avere “un suo spazio” (quanto?…) , Berlinguer aggiungeva:  “…siamo convinti… che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione.”.
Ora, non si può chiedere ad un inappetente di fare il cuoco. Allo stesso modo non si può chiedere a chi ha una visione così oscura e tenebrosa del capitalismo – fonte di ogni male, anche della diffusione della droga -di preoccuparsi delle compatibilità che quel sistema prevede per poter sopravvivere.

Il risultato pratico di una cultura basata sull’intreccio tra la richiesta di sempre maggiori tutele sociali da una parte ed il rifiuto sostanziale del sistema capitalistico dall’altra produsse un partito che reclamava sempre più spesa pubblica senza curarsi della compatibilità di quest’ultima con l’equilibrio dell’intero sistema.
No, non era dal PCI che ci si poteva attendere un’opposizione forte all’abnorme incremento del debito pubblico negli anni ’80.

“Quella” cultura, la cultura del PCI all’opposizione degli anni ’80, si è diffusa largamente.
Chi critica l’azione dell’attuale governo, il quale, per sostenere pensioni e reddito di disoccupazione (il cuore del welfare), sfonda il deficit programmato dall’Unione Europea, dovrebbe avvertire una certa aria di famiglia tra questo presente e quella cultura.
“Quella” cultura non è affatto scomparsa, se è vero –  come è vero – che un importante esponente del PD a guida renziana, Graziano del Rio, poche settimane fa ha dichiarato che “il sistema capitalistico in Europa ha esaurito la sua spinta propulsiva”. Un plauso a chi ha notato che questa stessa frase è quella che da più di cento anni i marxisti di tutto il mondo ripetono ogni qual volta il sistema del libero mercato va in difficoltà.(Una frase che è una speranza, insomma).

I dirigenti del PCI di quegli anni naturalmente avevano una risposta sul come far quadrare i conti: colpire il ladrocinio.
La prima operazione era da farsi sull’evasione fiscale. A sentire i vari comizi e le varie dichiarazioni si percepiva che stavamo seduti su un immenso tesoro di tasse non pagate su cui gli altri partiti chiudevano tutti e due gli occhi; questo tesoro, facilmente dissepolto con l’avvento dei comunisti al governo, avrebbe fatto quadrare tutti i conti. La premessa era vera, la facilità con cui si possa disseppelire il tesoro no. Se non altro, gli anni della sinistra al governo lo hanno dimostrato.
Il recupero dell’evasione fiscale sarebbe stata parte di un’azione ben più ampia di distruzione del ladrocino e dello sperpero che si sarebbe realizzata semplicemente con l’avvento del PCI al potere, per una differenza di onestà che il PCI rivendicava di fronte a tutti gli altri partiti. E ancora Berlinguer che parla, ed è un fiume in piena:
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchina di potere e di clientela…. a noi hanno fatto ponti d’oro, la Dc e gli altri partiti, perché abbandonassimo questa posizione d’intransigenza e di coerenza morale e politica. Ai tempi della maggioranza di solidarietà nazionale ci hanno scongiurato in tutti i modi di fornire i nostri uomini per banche, enti, poltrone di sottogoverno, per partecipare anche noi al banchetto. Abbiamo sempre risposto di no. Se l’occasione fa l’uomo ladro, debbo dirle che le nostre occasioni le abbiamo avute anche noi, ma ladri non siamo diventati.”.
Differenza morale da tutti gli altri partiti, un partito che a differenza di tutti gli altri fa gli interessi del popolo e non soltanto i propri…. Anche in questa rivendicazione di diversità si dovrebbe percepire una certa aria di famiglia tra il PCI della campagna“noi abbiamo le mani pulite”, qui descritto da Berlinguer, ed il presunto copyright dell’ ”onestà” rivendicato dal Movimento 5stelle in questi ultimi anni.

Dicevamo: se alla continua richiesta di welfare non si accompagna un robusto sviluppo dell’economia l’intero sistema economico può andare in crisi. L’aumento della spesa pubblica porta con sé l’aumento del deficit e del debito pubblico. Per tenere in equilibrio i conti lo Stato aumenta le tasse, ma questo scoraggia gli investimenti. Nello stesso tempo, debito e deficit pubblico elevati aumentano il rischio-Paese ed allontanano gli investimenti esteri. Uno stato-imprenditore, che cioè intermedia una gran parte delle attività produttive, scoraggia l’impresa privata. Uno stato che, a dispetto dei santi, mantiene in vita aziende costantemente in perdita o peggio, che nazionalizza industrie ormai fallite -il cui buco nelle casse deve essere ripianato ogni anno a spese dei cittadini – dovrà socializzare queste perdite con nuove tasse, tasse che, come detto, deprimono gli investimenti e quindi l’economia, con conseguente aumento della disoccupazione; tutto ciò può diventare un circolo vizioso… se non si tiene conto di tutto questo lo Stato, qualsiasi Stato, rischia il fallimento. E, si noti bene, rischia il fallimento sia se sta nell’unione monetaria europea sia se non ci sta, sia se c’e’ la globalizzazione sia se non c’e’.

Mantenere elevati livelli di welfare diventa sempre più difficile. L’aumento della vita media ha reso più difficoltoso tenere in equilibrio i conti della spesa per pensioni e per sanità, e non solo in Italia. Per contro, una più agguerita competizione commerciale da parte dei Paesi emergenti riduce i nostri spazi sia sul mercato interno, che su quello internazionale. A questo proposito, bisogna pur dire che “non siamo più i padroni del mondo”: nel 1970 Europa occidentale e nord-america producevano il 90% del PIL mondiale, quegli stessi Paesi nel 2015 ne producevano circa il 48%.
Il sorgere del nuovo millenio ha visto il capitalismo conquistare il mondo. Il risultato ottenuto da questa globalizzazione dovrebbe stare a cuore a chiunque ha sensibilità per le categorie sociali più deboli. Milioni di individui in Asia, in sud-america e persino in Africa, sono usciti dallo stato di mera sopravvivenza ed hanno potuto soddisfare nuovi bisogni; per contro, come è normale che sia, la nostra capacità di reggere la concorrenza dei Paesi emergenti è sottoposta a nuove ed impegnative sfide.

La sinistra italiana, almeno in parte, nel corso del tempo ha registrato il messaggio delle compatibilità economiche ed ha iniziato a fare i conti con le leggi che reggono un’economia capitalista di libero mercato. Ed ha incominciato a perdere voti.
Va dato merito a Matteo Renzi di avere reciso il meccanismo per cui la sinistra è il “Partito del welfare” in parlamento. Lo ha fatto a modo suo, gettando lì alcune frasi  da comizio, imprecise quanto mai nella formulazione ma certamente di grande impatto mediatico: “La Fornero è una buona legge”; “Il jobs act è la cosa più di sinistra che ho fatto”; “Bisogna creare il partito della nazione”. Ognuna di queste frasi ha segnato l’allontanamento dall’idea di partito-sindacato, che ha caratterizzato la sinistra italiana. Il prezzo è stato l’allontanamento dei ceti popolari dal PD, i quali – nella loro parte maggioritaria – concepiscono il voto come voto di scambio: “tu mandami in pensione prima, tu dammi l’indennità di disoccupazione, tu fammi pagare meno tasse ed io ti voto”. Tutto il resto –  pure se questo “resto” è la sopravvivenza del Paese – non è percepito.
Non deve suonare strano il fatto che nelle ultime tornate elettorali il PD abbia avuto successo nei quartieri centrali delle città ed abbia perduto ovunque nelle periferie. In quei quartieri centrali abita una borghesia culturalmente informata, che si è liberata dallo stato di bisogno e che anche in virtù di questo orienta il proprio voto guardando ai destini del Paese, inteso come sistema complesso ed unitario, più che alla propria condizione particolare.

Il testimone del “Partito del welfare” è stato raccolto dai partiti populisti. Lega Nord e Movimento 5 stelle hanno raccolto questa eredità. Un’eredità che resiste nel tempo e che porta molti voti. Il “Partito del welfare” in questo Paese viene da lontano, alla sua cultura si sono abbeverate le masse popolari italiane dal dopoguerra ad oggi:non è il il cosiddetto “popolo” che è cambiato, sono cambiati i partiti a cui il cosiddetto “popolo” affida il suo voto.
Il “Partito del welfare” ha di fronte a se tre alternative: sfondare la realtà del sistema capitalista di libero mercato così come lo conosciamo, incamminandosi verso soluzioni venezuelane; arrendersi di fronte alla realtà pagando il pesante prezzo del tradimento di fronte ai propri elettori;saltellare tra la realtà e i sogni mandando in declino il Paese su un piano un po’ meno inclinato.

Spero che non ci si fraintenda: richiedere tutele e diritti economici per le classi subalterne è cosa meritoria, ma richiedere sempre più welfare, e cioè spesa pubblica, ignorando i fondamenti dell’economia di mercato rischia di produrre l’effetto contrario di quanto si vorrebbe: se un Paese declina o fallisce le condizioni di vita della classi svantaggiate non migliorano ma peggiorano, e di molto.

Se gli “ideali della sinistra” consistono nel chiedere sempre più risorse a dispetto delle leggi dell’economia allora è bene che questi ideali vengano traditi. Lo si fa per una giusta causa: non mandare il cosiddetto “popolo” alla fame, e noi con lui.
Ed è bene che da questo tradimento non si torni indietro, ne va della nostra vecchiaia e del futuro dei nostri giovani, della loro possibilità di trovare lavoro, di soddisfare bisogni, di vedere il futuro con maggiori prospettive.

Questo “tradimento” deve però essere chiaro e cosciente. Non può essere un “tradimento a metà”, come fin qui per il PD è stato.
Le leggi che regolano un “economia sociale di mercato ad alta competitività”, (sotto queste parole, costitutive dell’Unione Europea,noi a suo tempo ci abbiamo messo la firma a nome del Paese), vanno applicate, non subite e neppure più o meno furbescamente sopportate.
Le clausole di salvaguardia non sono “maledette”, come l’ultimo segretario del PD eletto le ha a suo tempo definite, sono appunto una salvaguardia a che il Paese non vada a catafascio.
Proporre di vendere il patrimonio nazionale in cambio della concessione di altro deficit pubblico in una fase espansiva dell’economia – in un Paese con il terzo debito pubblico del mondo – significa ancora una volta non aver capito nulla anche solo del tanto amato a sinistra John Maynard Keynes, del quale la sinistra italiana non ricorda mai l’insegnamento di stringere i cordoni della borsa quando lo Stato è nelle fasi di espansione economica. Altro che “neoliberismo”.

Il Partito Democratico tanto per cambiare è a  metà di un guado, accanto a qualche presa d’atto di come funziona l’economia liberale restano i rottami di un vecchio mondo che non muore: le culture sconfitte del socialismo di stato nelle sue varianti. Nel corso dell’ultima campagna elettorale c’è stato  un momento paradigmatico di cosa sia “la metà del guado” della sinistra italiana: mentre i populisti promettevano centinaia di miliardi tra spesa pubblica e minori entrate in cambio di meno tasse e più assistenza, il PD – nel suo piccolo – prometteva l’eliminazione del canone RAI.
Se il Partito Democratico vorrà ancora essere questo, un partito che pratica la nobile arte di fare deficit in cambio dei voti popolari, ma che lo fa in modo moderato, può farlo. Se il ruolo di opposizione che attualmente ricopre consisterà nel consigliare ai populisti di fare sì deficit ma meno, di fare sì deficit ma meglio, potrà farlo.
Questa tendenza nel Partito Democratico è largamente presente: e allora non stupisca se nel PD ci sono tanti presunti dirigenti che hanno una gran voglia di dialogare con i 5 stelle. “L’aria di famiglia” – quella storica cultura comune di cui si parlava prima – c’è, e si fa sentire.
Ma sia chiaro che tra il sanguigno originale del “Partito del Welfare ad ogni costo” e la sua pallida imitazione rappresentata dal PD, il cosiddetto “popolo” sceglierà sempre l’originale. Come ha fatto alle ultime elezioni.

L’altra possibilità che invece si apre al partito storico della sinistra italiana è di ritornare ad essere avanguardia. Avanguardia di una politica liberale (o, se preferite, socialdemocratica-ordoliberista)di cui in Italia non c’è praticamente traccia. Bisogna dire subito che non è neppure immaginabile che un partito del genere in questo Paese abbia percentuali maggioritarie, non nell’immediato. Il cosiddetto “popolo” per troppi anni è stato educato ad una cultura per la quale di qua ci sono i lavoratori che giustamente chiedono e di là c’è “il padrone” (identificato di volta in volta con l’industriale, lo Stato, i Partiti, l’Unione Europea) che ingiustamente non vuole dare. Quel “popolo”ha ora trovato nei 5stelle e nella Lega i suoi nuovi rappresentanti ed è per ora perduto ad un partito come quello che qui si prospetta.

Le frasi di Enrico Berlinguer virgolettate sono tratte dall’intervista concessa ad Eugenio Scalfari per “Repubbica” il 28.07.1981

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