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NOTIZIE DAL MONDO – Cap. 15

SIRIA:

Il Presidente Turco Erdogan ha dichiarato pubblicamente che nel giro di pochi giorni attaccherà il territorio curdo a est del fiume Eufrate. Quel territorio è stato liberato dall’ISIS dalle Syrian Democratic Forces curde, sostenute dai soldati americani. Nel territorio sono stanziati attualmente circa duemila soldati americani. Sul confine turco-siriano – che le forze di Ankara presumibilmente dovrebbero sfondare  – sono stati recentemente costruiti tre punti di osservazione statunitensi (a questa iniziativa i Turchi si sono dichiarati assolutamente contrari).
Alla dichiarazione di guerra di Erdogan ha subito risposto il Pentagono, tramite il suo portavoce Sean Robertson: “Azioni militari unilaterali da parte di chiunque, nel nord-est della Siria, vista anche la presenza o la vicinanza di personale americano, sono fonte di grave preoccupazione. Noi troviamo azioni di questo tipo inaccettabili”.
Successivamente c’è stata una telefonata tra Trump ed Erdogan di cui non è stato diffuso il contenuto. Si vocifera che gli USA potrebbero dare il via libera ad una azione turca di limitate proporzioni ma la notizia è tutta da verificare.
Dal lato turco del confine si segnala la concentrazione di camion militari, forze corazzate e squadre speciali d’assalto. Diverse fonti di informazione segnalano che circa 15.000 uomini del Free Syrian Army – le milizie siriane filo-turche – si stanno concentrando in prossimità del territorio che dovrebbe essere attaccato. I curdi hanno dichiarato per parte loro che resisteranno militarmente all’attacco.
Fonti militari statunitensi non verificabili hanno dichiarato che la concentrazione dei militari turchi sul confine non è tale da far immaginare un’invasione su grande scala.
Le conseguenze di un eventuale conflitto, più o meno diretto, tra esercito turco e militari dell’esercito americano sono inimmaginabili, lo scenario ragionevolmente ipotizzabile sarebbe la perdita del più potente alleato NATO sul fianco sud-est dell’Alleanza Atlantica e il passaggio della Turchia nella sfera di influenza russa. Vedremo.

 

 

YEMEN:

Io non voglio postare le fotografie dei bambini yemeniti che muoiono di fame. Sono fotografie orrende che abbiamo già visto in passato: durante la Guerra del Biafra, durante la Guerra del Bangla Desh, durante l’assedio di Aleppo…
La scellerata strage in Yemen ha visto accendersi in questi giorni un lumicino in fondo al tunnel. Finalmente i ribelli Houti – sostenuti dall’Iran – e i lealisti sostenuti da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si sono seduti intorno ad un tavolo, sotto la mediazione dell’ONU, in un castello svedese. I colloqui si sono protratti per alcuni giorni. E’ stata stabilita una tregua sul fronte militare principale, il porto e la città di Hodedia, da cui passa (o meglio: passava) l’80% delle merci destinate alla sopravvivenza del popolo Yemenita. La tregua è entrata in vigore questa mattina alle ore 0,00 e si segnala che è già stata violata. Si vedrà se questa tregua sarà l’inizio di un processo di stabilizzazione o fallirà miseramente. Chi scrive ha ragione di credere che la presa di posizione bipartisan del Senato Americano, che ha sostanzialmente condannato il militarismo del-noto-alle-cronache (nere) Principe Mohamed bin-Salman, abbia dato una spinta nella direzione della trattativa. Staremo a vedere.

FRANCIA:

L’attentatore di Strasburgo non era legato all’ISIS.  L’ISIS usa una terminologia particolare quando rivendica i propri attentati. L’agenzia dell’ISIS “Amaq” ha dato la notizia solo 72 ore dopo l’attentato, e chi ha scritto l’articolo non sapeva il nome dell’attentatore. Amaq ha comunque detto che l’attentatore era un “soldato” dell’ISIS (“soldato” nella terminologia delle Agenzie del terrore significa “simpatizzante”). Però la notizia è stata ripresasuccessivamente – e molto ridimensionata – da un’altra agenzia dell’ISIS: al-Naba. L’attentatore si è meritato in tutto un trafiletto a pagina 11. Nell’articolo l’attentatore viene definito “l’aggressore che mentre uccideva gridava “Dio è grande”” e poi “il sicario”. Nulla a che fare con la terminologia usata dall’ISIS quando rivendica un attentato proprio o di un proprio simpatizzante. Qui non si tratta di un raffinato esercizio linguistico: se quanto scritto non cancella il dolore per i morti ed i feriti, quantomeno indica che la strage è figlia di un criminale impazzito e non di una cellula terroristica operativa in Francia. Starebbe ad indicarlo anche il fatto che l’assassino non aveva a disposizione alcun piano di esfiltrazione dopo l’attentato.

INDECISIONE A STELLE E STRISCE:

Barack Obama era stato chiamato “Il guerriero riluttante” per il suo atteggiamento ambivalente nei conflitti medio-orientali. Nei vari scenari di fronte ai quali si è trovato ha dato spesso l’impressione di minacciare ma di non andare mai fino in fondo all’atto pratico:

l’esempio della “linea rossa” sull’uso delle armi chimiche, oltre la quale Bashar al Assad sarebbe stato punito, è stata paradigmatica: Assad ha più che superato quella linea rossa ma gli USA, al momento di agire, non l’hanno colpito come promesso; ebbene, Donald Trump non è da meno, e il caso siriano è indicativo; nel giro di pochi mesi Trump è passato da: “I nostri soldati se ne andranno dalla Siria presto, molto presto”, a: “I nostri soldati rimarranno in Siria fino a che non avranno finito il loro lavoro”, per concludere con: “I nostri soldati rimarranno in Siria finchè ci saranno in Siria le milizie iraniane”. L’accavallarsi confuso di queste dichiarazioni dimostra tutta l’incertezza americana sulla propria “mission” nel grande medio oriente.
Negli ultimi anni gli USA hanno deciso che l’area del Pacifico è quella che richiede il loro maggior impegno diplomatico-militare, in America si è infatti giunti alla conclusione che la via attraverso la quale la Cina sta diventando una grande potenza planetaria non è e non sarà pacifica. A partire da questa conclusione alcuni analisti americani prensano che gli USA dovrebbero prendere una decisione ed ammettere che, siccome non hanno la forza di controllare l’intero pianeta, dovrebbero lasciare in balia di se stesso il medio oriente, limitandosi alla guerra all’ISIS e ad Al-Qeida ed al controllo degli stretti dove passa il commercio mondiale del petrolio (Bab-el-Mandeb, Hormuz, Canale di Suez). Altri analisti pensano invece che diminuire l’attività USA nell’area MENA (Medio Oriente – Nord Africa) sia un errore madornale. L’amministrazione Trump si colloca a metà tra queste due posizioni. Riduce la propria presenza in Africa ed in Medio Oriente ma non rinuncia a mantenere un ruolo, per quanto dimezzato, nell’area. La scellerata guerra dei sauditi in Yemen, la Turchia del Sultano Erdogan che minaccia attacchi in zone controllare dagli USA, sono il risultato di tutto questo. L’America rimane in medio oriente, ma vi rimane debolmente, e i suoi presunti “alleati” (così come i suoi nemici) lo sanno.

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