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IL REDDITO DI CITTADINANZA AI RAGGI X

I M5S hanno chiamato così una proposta di legge (depositata nel 2013) che in realtà disegnava una proposta di reddito minimo garantito, esistente in varie forme in tutti i paesi europei (dal 2017 anche in Italia e Grecia).
Non c’è mai stata dunque una proposta di legge per introdurre un reddito di base (di cui “reddito di cittadinanza” è quasi sinonimo) che significa un reddito dato a tutti i cittadini a prescindere dalle loro condizioni economiche e senza vincolarli a nessun obbligo.
Tuttavia, la proposta del M5S si caratterizzava per la platea ampia e gli importi del beneficio alti.
Mentre noi lavoravamo a creare una misura di reddito minimo per tutti coloro che si trovassero sotto la soglia di povertà assoluta (circa 5 milioni di persone), venivamo da loro molto criticati, perché avremmo dovuto prendere a parametro la c.d. povertà relativa, che riguarda quasi 9.5 milioni di persone. Il doppio, dunque.
Gli importi poi andavano da 780 euro per un singolo ai 3.120 euro per un nucleo di 7 persone, come potete vedere dallo specchietto qui sotto. Nella stessa proposta, erano indicati vari tipi di coperture (soprattutto tagli a presunti sprechi) per 17 miliardi di euro.

Importi totalmente al di fuori di ogni paragone con qualsiasi altro paese europeo, anche i più  generosi (e con poche persone in condizioni di povertà).
Nella bozza di decreto legge si dice invece che il massimo importo che il RdC può raggiungere è di 1.330 euro, e solo per chi risiede in un’abitazione in affitto.
Quindi hanno tenuto ferma la “fantomatica” cifra di 780 euro per non smentire la propaganda, ma hanno cambiato tutto il resto.

Come è noto, nessuna di quelle coperture esiste ora, essendo il RdC tutto finanziato in deficit, cioè aumentando il debito pubblico. Il costo per il 2019 è di 5,974 miliardi di euro, per lievitare a circa 8 miliardi nel 2021.
Una grande differenza dunque. In realtà, come avevano ben spiegato Massimo Baldini e Francesco Daveri qui, il costo di quanto propagandato dal M5S sarebbe stato ben più alto, pari a 29 miliardi (Boeri aveva calcolato 33 miliardi).
Come si scende dunque a circa 7 miliardi (quest’anno il costo è minore perché partirebbe ad aprile)?
Innanzitutto, restringendo la platea: non più coloro che si trovano sotto la soglia di povertà relativa ma solo quelli che si trovano sotto quella di povertà assoluta (al momento un po’ meno in realtà: 4,3 milioni su 5 milioni, ma c’è sempre molta distanza tra il numero che risulta dalle statistiche e chi effettivamente richiede il sussidio). È una scelta giusta, perché la povertà relativa (simile all’indice di rischio di povertà) è in realtà un indice di disuguaglianza, e gli interventi di reddito minimo in tutti i paesi Ue hanno una soglia pari a circa la metà di quella del “rischio di povertà”. Infatti abbiamo provato a spiegarlo per anni, mentre ci coprivano di insulti.
Però hanno promesso 780 euro al mese a 9,5 milioni di persone, ne daranno molti meno a 4,5 milioni.
L’altra riduzione di costo avviene con l’escamotage, già individuato come abbiamo visto a suo tempo, dell’affitto imputato: se si vive in una casa di proprietà, dai 780 euro viene detratta una cifra mensile di 280 euro. Avranno quindi diritto al sussidio pieno solo coloro che vivono in affitto (e i 280 euro sono fissi qualunque sia la composizione del nucleo familiare).
E poi c’è la scala di equivalenza, cioè lo strumento matematico con cui si calcolano i redditi e i bisogni di un nucleo familiare tenendo conto delle c.d. economie di scala (le spese per due persone che vivono insieme non si raddoppiano rispetto a quelle di una persona che vive sola e così via).
Il Rei utilizza la scala di equivalenza dell’Isee. Il RdC no, e non usa nemmeno la scala di equivalenza OCSE modificata, utilizzata nella pdl della scorsa legislatura e citata nel cd contratto di governo. Il RdC utilizza una scala di equivalenza molto “piatta”, cioè che fa aumentare molto poco il sussidio man mano che si aggiungono componenti alla famiglia dopo il primo, e assegna coefficienti minori in caso di componenti di minore età: penalizza dunque soprattutto le famiglie numerose con figli di minore età, cioè la fascia di famiglie che più subisce gli effetti della povertà.
Geniale, no?
In più hanno tolto molti nuclei familiari con la clausola della residenza da almeno 10 anni: moltissimi stranieri extra Ue (con il Rei dovevano essere residenti da almeno 5 anni), molti stranieri provenienti da paesi Ue (con il Rei dovevano essere residenti da almeno 2 anni), ma anche molti italiani rientrati da un’esperienza all’estero. Tutte persone che, attenzione, attualmente hanno accesso al REI e da aprile non avranno più accesso a nessun sostegno.

Abbiamo visto come siamo arrivati a determinati importi per il sussidio. Tornerò successivamente su alcuni aspetti tecnici problematici legati ai requisiti reddituali per l’accesso.
Ora vorrei mettere in luce la questione principale, quella che riguarda il “sistema” attorno al sussidio. Quello che fa andare oltre il puro “assistenzialismo”.
Con il REI funziona(va) così: domanda presso i servizi sociali dei Comuni, che dovevano dare da subito le informazioni principali e anche verificare se ci fossero altri strumenti (per esempio regionali) nel caso i richiedenti non avessero i requisiti per il Rei; il Comune verificava i requisiti di residenza e soggiorno e in caso positivo trasmetteva la domanda all’INPS, che verificava quelli reddituali, calcolava il sussidio e inviava la lettera di approvazione. Il richiedente (uno per ogni nucleo familiare) poteva ritirare la card con il sussidio alla posta. Entro un mese circa, i servizi sociali dovevano fare colloqui con il nucleo familiare: in caso fosse emerso che non vi erano problemi particolari, ma solo una situazione di difficoltà economica dovuta a più o meno recente disoccupazione, i beneficiari maggiorenni venivano inviati al Centro per l’Impiego, dove stipulavano il Patto di Servizio previsto per tutti i disoccupati. Se invece i servizi avessero rilevato problemi più complessi (salute, pesanti carichi familiari, dipendenze, disoccupazione cronica etc) un’équipe multidisciplinare avrebbe redatto un progetto personalizzato per il nucleo familiare, con obblighi e servizi utili a un percorso di fuoriuscita dalla condizione di disagio, condizione indispensabile per poter risolvere poi la questione economica, con il lavoro. Per il 2018, primo anno di implementazione del REI, venivano dati 6 mesi di tempo dalla prima erogazione del sussidio per concludere il progetto personalizzato. A regime, dal 2019, invece, non si sarebbe potuto ottenere il sussidio senza progetto personalizzato.
Il Rei è stato avviato molto gradualmente, arrivando a coprire pian piano una platea potenziale di 2 milioni e mezzo di persone, ma coloro che l’hanno richiesto e ottenuto sono stati circa 1 milione.
Sono state stanziate ingenti risorse per rafforzare i servizi sociali, soprattutto per il Sud, con i fondi europei. Sono stati stanziati nell’agosto del 2016. La maggior parte degli ambiti territoriali (comuni associati che gestiscono servizi sociali) non li ha ancora spesi oggi e il personale aggiuntivo è stato assunto di recente o non è ancora stato assunto.
La maggior parte dei percorsi previsti dal Rei non è ancora in funzione, tranne laddove i servizi sociali erano già adeguati e ben funzionanti.
Non mi dilungo in questa sede, ma è evidente che perché le cose inizino a funzionare occorre tantissimo tempo.
A chi ci ha sempre accusato per la lentezza con cui abbiamo implementato il Rei, cerco sempre di spiegare che la gradualità, anche nell’ammontare del sussidio, non era frutto di poca convinzione, ma era indispensabile per non far saltare il sistema.
L’impianto del Reddito di Cittadinanza è estremamente più complesso, oltre che privo di senso per moltissimi aspetti, come vedremo.
La platea potenziale è di 4,9 milioni di persone.
Non c’è nessuna possibilità che possa funzionare nel breve e medio periodo, tranne (seppur con difficoltà anche qui) nell’erogazione del sussidio. Nessuna.
Quindi non perdete troppo tempo nel ragionare sulle offerte di lavoro e altre questioni. È un impianto sbagliato, ma soprattutto è finto. Non è possibile che loro non lo sappiano (Salvini lo sa e lo ha fatto capire). Ma per la propaganda funziona. Vedremo se l’apparato di propaganda reggerà anche alla prova dei fatti. Che purtroppo porterà con sé risvolti drammatici.

L’errore più grave del reddito di cittadinanza risiede nella confusione tra politiche di contrasto alla povertà e politiche attive. E’ un errore che deriva da quello principale: quello di far coincidere il povero con il disoccupato. Non è così.
E’ probabile che chi è povero sia disoccupato, ma sono moltissimi i poveri assoluti che hanno un’occupazione. Solo che fanno lavori malpagati, perché non hanno istruzione sufficiente per aspirare a lavori meglio retribuiti; oppure hanno molti figli e non essendoci servizi di cura uno dei genitori deve restare a casa, anche potendo trovare un lavoro, e un solo stipendio medio-basso non basta. Se poi risiedono in zone dove è usuale il lavoro nero, risulteranno come poveri assoluti pur avendo un lavoro, magari anche non saltuario (normalmente non sono stipendi da favola).
In alcuni casi c’è sì disoccupazione ma ci sono anche problemi di salute, spesso psichica, o di dipendenze, o disabilità gravi, tutte cose che rendono impossibile un inserimento lavorativo.
Poi ci sono i minorenni: per loro è necessario un intervento che possa consentirgli di avere un’istruzione adeguata ma anche la possibilità di costruire relazioni sociali che li possano far uscire dall’emarginazione (quasi tutti vanno a scuola, ma sappiamo bene che di per sé non è sufficiente a consentire a un bambino o ragazzo con forti problematiche alle spalle di vedere nello studio una possibilità di miglioramento). Discorso simile vale anche per i portatori di disabilità meno gravi: solo dei percorsi specifici possono consentire studi adeguati e inserimento lavorativo.
Ci sarebbe poi anche la questione della nazionalità: per le persone immigrate, ci sono difficoltà molto più elevate sotto ogni punto di vista.
Potrei proseguire, ma credo sia chiaro.
Essere disoccupati, invece, non vuol dire necessariamente essere poveri. Si può appartenere a una famiglia con reddito adeguato, come figli, o come coniugi. Si possono possedere per eredità patrimoni più o meno grandi. La condizione di disoccupazione resta un problema, ma la persona in questione non vive in condizioni di povertà.
Tutti coloro che sono in condizione di lavorare, a prescindere dal loro reddito e patrimonio familiare, hanno diritto a poter usufruire di efficaci politiche attive del lavoro, di centri per l’impiego ben funzionanti, di banche dati interconnesse, di percorsi di formazione e riqualificazione modulati sui bisogni effettivi del mercato del lavoro.
Coloro che hanno un reddito e un patrimonio familiare sotto una certa soglia, sia che lavorino sia che non lavorino, devono aver diritto a un’integrazione, a un sostegno da parte dello Stato, con un meccanismo che metta sempre al centro la possibilità di superare quella condizione di bisogno, che normalmente sono percorsi lunghi e complessi, con l’attivazione di servizi di vario tipo, con modulazioni attente a evitare la c.d. trappola della povertà, cioè la convenienza a restare in quella condizione piuttosto che ad impegnarsi per uscirne.

Il sistema del reddito di cittadinanza considera la disoccupazione il primo problema dei poveri assoluti e interviene sui centri per l’impiego con percorsi specifici per loro. Come se centri per l’impiego che non funzionano per nessuno, nemmeno per coloro che hanno una “profilazione” di ottimo livello (sono quindi facilmente occupabili), possano magicamente produrre proposte di lavoro per un target difficilmente occupabile, per tutte le ragioni sopra esposte.

Questo porta con sé due probabili fallimenti: sia quello del contrasto alla povertà, quando sarà evidente che i cospicui (soprattutto al Sud per via del minore costo della vita) sussidi saranno a tempo indeterminato, renderanno non conveniente accettare impieghi sotto una certa soglia di retribuzione (cosa che in sistemi sani può anche portare virtuosamente a un rialzo dei salari, ma che in zone come il Sud Italia è purtroppo facile immaginare che spingerà a una ulteriore diffusione del lavoro sommerso) provocando una reazione avversa allo strumento da parte delle zone più produttive; sia quello delle politiche attive, che dovranno misurare i propri risultati sul target più difficile da rioccupare.

E questo senza tenere conto della modalità con cui le due politiche sono state miscelate, in un iter che ha dell’incredibile.

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