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NOTIZIE DAL MONDO – Cap. 18

Afghanistan
La cronaca. A Doha, nel Qatar, USA e Talebani hanno avuto sei giorni di colloqui per porre fine alla guerra in Afghanistan.
Gli USA hanno proposto di ritirarsi in cambio di:

1) cessate il fuoco;

2) negoziati diretti tra l’Emirato Afghano (i Talebani) e l’attuale governo dell’Afghanistan;

3) promessa che i Talebani impediranno all’Isis e ad Al Qaeda di usare l’Afghanistan come piattaforma per organizzare attentati nel mondo.
I Talebani hanno risposto:

1) qualsiasi accordo di pace è condizionato dal ritiro USA dal Paese, dunque nessun cessate il fuoco fino a che non iniziate a ritirarvi;

2) non trattiamo con il governo afghano, sono solo vostri fantocci e non contano niente;

3) vi promettiamo che impediremo a Isis ed Al Qaeda di usare l’Afghanistan per organizzare attentati nel mondo.
Dunque i soldati della coalizione internazionale (tra cui 1.000 militari italiani) dovrebbero iniziare a ritirarsi e solo poi inizierebbero i colloqui di pace (dichiarazione del portavoce Taleban, Zabihullah Mujahid: “senza una tabella di marcia del ritiro USA, sono impossibili progressi su ogni altro argomento”), inoltre i Talebani una volta preso il potere impiccheranno ad un lampione i rappresentanti dell’attuale governo, alleato dell’occidente.
L’attuale Segretario alla Difesa statunitense, Patrick Shanahan, ha definito il risultato di questi colloqui “incoraggiante”.
Ai colloqui, l’inviato USA per l’Afghanistan, Zalmay Khalizad, si è trovato davanti il Mullah Baradar, fondatore con il Mullah Omar del movimento Talebano.  A gestire i negoziati con lui ci sono altri 5 dirigenti Talebani, tutti ex carcerati di Guantanamo.

Considerazioni. A chi scrive, definire “incoraggianti” i risultati dei colloqui di Doha risulta difficile, la realtà è che la guerra dell’Afghanistan è perduta, ed ora si cerca di venirne via il meno disastrosamente possibile. I Talebani vincenti sono sempre “loro”, quelli di 18 anni fa, quelli che hanno impiccato gli esponenti del governo afghano filo-russo quando presero il potere, quelli che si sono rifiutati di consegnare Bin Laden agli USA dopo le stragi dell’11 settembre (ridendo in faccia ai cronisti occidentali in mondo-visione), sono i seguaci della legge islamica più ferrea, quelli che impacchettano le donne nei burka e non amano che le bambine vadano a scuola. Sulla promessa Talebana di combattere l’Isis ci si può fidare, lo stanno già facendo da anni. Sulla loro capacità di sconfiggere l’Isis chi scrive ha ragione di dubitare, soprattutto per un motivo: chi ci dice che il movimento per l’Emirato Afghano dopo aver preso il potere non si dividerà in tante milizie in competizione – magari anche armata – tra loro? E a quel punto quale potrà essere l’efficacia della loro lotta all’Isis?  Inoltre chi scrive dubita seriamente della promessa Talebana di combattere al Qaeda. Al Qaeda non è mai entrata in diretto conflitto con i Talebani, anzi. Da alcune fonti risulta che molti uomini di al Qaeda siano diventati istruttori nell’esercito dell’Emirato, pur rimanendo militanti dell’organizzazione.
Ultima cosa: dire che i Talebani hanno vinto significa anche dire che il Pakistan ha vinto. E’ un segreto di Pulcinella il fatto che il Pakistan abbia, più o meno segretamente, contribuito a sostenere i Talebani in tutti questi anni.

 

Yemen

La tregua tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi da una parte, e i ribelli Houti dall’altra – strappata faticosamente dai mediatori delle Nazioni Unite nei colloqui tenutisi in Svezia a dicembre –regge come reggono le tregue medio-orientali di questo periodo: la guerra aperta nel porto di Hodeida adesso è diventata una guerra di usura: si spara ma di meno, si piazzano bombe e si lanciano missili ma di meno, negli ospedali arrivano meno cadaveri e meno feriti. Il porto di Hodeida è il varco da cui entra il cibo per gli Yemeniti, che dipendono in enorme misura dall’estero per qualsiasi esigenza. I bambini Yemeniti muoiono di fame, a migliaia – stanno morendo anche ora mentre vi scrivo – ma tutto questo alle parti in causa sembra non importare. Mentre la cosiddetta “tregua” procede e le Nazioni Unite cercano di fare entrare quanto più grano possibile nel Paese, le parti in conflitto stanno riorganizzando le loro linee di combattimento, ammassano nuove armi e nuove truppe, preparano nuove stragi. Secondo gli accordi di Stoccolma gli Houti avrebbero dovuto ritirarsi dal porto di Hodeida, giornalisti embedded con le truppe saudite testimoniano che non lo hanno fatto.

 

Siria

L’accordo del settembre 2018 tra Putin ed Erdogan prevedeva che l’esercito russo-siriano non avrebbe cercato di conquistare il distretto di Idlib ad alcune condizioni. Una di queste condizioni era che la Turchia avrebbe mantenuto l’ordine all’interno del distretto. All’inizio di questo mese c’è stata una guerra tra le fazioni ribelli filoturche presenti ad Idlib ed i jihadisti di Hayat Tahrir al Sham (ex al Qaeda):le milizie filo-turche sono state sonoramente sconfitte ed ora Idlib è in mano per il 70/80% alle milizie del jihad. A questo punto l’accordo di settembre è carta straccia più di quanto non lo sia mai stato. Il regime Siriano mostra serie intenzioni di attaccare, si registra un nuovo ammassamento di truppe sulle linee del fronte, si segnalano voli di ricognizione dell’aviazione siriana (e, pare, anche di quella russa) sulle linee di difesa dei jihadisti. Sembra che la IX divisione siriana sia arrivata in zona accompagnata dalle “Forze Tigre”, il reparto di elite dell’esercito di Bashar al Assad. L’artiglieria siriana bombarda quotidianamente con i missili la “zona demilitarizzata”, Hayat Tahrir al Sham risponde al fuoco. La Russia sta facendo pressioni sulla Turchia, a livello diplomatico, per “risolvere la situazione”; lo fa amichevolmente ma anche quotidianamente. Si capisce benissimo che la Turchia non vuole che l’esercito siriano attacchi Idlib, si capisce molto meno cosa la Turchia potrebbe fare, visto che ormai le milizie del jihadismo estremo sono padrone del campo; parliamo di milizie forti militarmente, ben trincerate e numerose. Fino a quando questa precaria situazione potrà durare?
Erdogan va dicendo tutti i giorni che, in un modo o nell’altro, invaderà il Kurdistan siriano per stabilirvi una fascia di controllo profonda 30/35 chilometri. Il regime siriano ribadisce quotidianamente che non lo permetterà. La rotta di collisione tra i due contendenti continua. Putin sta cercando di tenere insieme i desideri frontalmente opposti di quelli che dovrebbero essere – seppure in modo diverso – due suoi alleati. Ci sono 80.000 militari turchi pronti al combattimento sulla frontiera siriana ed Erdogan ha le elezioni a marzo, fino a che punto potrà permettersi di non dare seguito alle proprie minacce? Putin per ora ha calciato il barattolo un po’ più in là, rinviando tutti questi problemi all’incontro di Astana di metà febbraio.
Fare gli “stabilizzatori” in medio oriente non è un lavoro facile:  Putin potrebbe a un certo punto trovarsi obbligato a scegliere tra Erdogan e Bashar al Assad? Lo vedremo, e non fra moltissimo tempo.

Isis
L’Isis in Siria controlla in questo momento 4 chilometri quadrati. Il “Califfato,” che nel 2014 era arrivato alle porte di Baghdad e dominava un’area più vasta dell’Inghilterra, alla fine di questa settimana non esisterà più. La lunga guerra al terrorismo invece continuerà ancora.

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