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NOTIZIE DAL MONDO- Cap. 19

LIBIA
Premessa: la Libia è divisa in tre parti: la Tripolitania, nel nord ovest (“governo” di Tripoli – Presidente Fayez Al Sarraj);la Cirenaica, nel nord est (“governo” di Tobruk, in realtà governo del signore della guerra Khalifa Haftar) ed il Fezzan, lo “scatolone di sabbia” che si estende sull’intera fascia sud della Libia (governo di nessuno).
Il Fezzan è una terra desertica, povera di abitanti e di strutture, ma ricca di tesori sepolti: il petrolio, i fosfati, le terre rare.
Le principali etnie che si dividono(quasi mai pacificamente) il Fezzan, sono tre: i Tebu, i Tuareg, gli Awlad Suliman.
A partire dalla guerra civile che rovesciò Gheddafi otto anni fa, il Fezzan è stato abbandonato a se stesso.

Le notizie: nel dicembre dell’anno scorso un movimento denominato “Rabbia del Fezzan” ha bloccato l’installazione petrolifera di El Sharara, il più importante pozzo petrolifero della Libia – circa 300.000 barili di produzione al giorno – un terzo dell’intera capacità produttiva attuale della  Libia. Il blocco del pozzo da parte del movimento “Rabbia del Fezzan”aveva lo scopo di attirare l’attenzione sui problemi di quella regione: “Qui manca tutto: il carburante (!), le medicine, gli alimentari, se non fate qualcosa, voi il petrolio qui non lo estraete più”.
Il Presidente del “governo” di Tripoli, Al Sarraj si recò in zona, promise risorse e interessamento, ma qualcosa non deve aver funzionato perché il pozzo di El Sharara continuò ad essere bloccato. A metà gennaio il signore della guerra del “governo” di Tobruk, Khalifa Haftar, è sceso nel Fezzan con le sue colonne di pick up armati. La motivazione è: “liberare il Fezzan dalle bande di ribelli Ciadiani e dalle bande criminali che lo infestano, riprendere il controllo dei confini con il Ciad e dei pozzi petroliferi”. Il cosiddetto governo di Tripoli ha immediatamente condannato l’azione.
Il generale Haftar ha prima preso pacificamente il controllo di Sebha, la principale città del Fezzan, poi del pozzo di El Sharara. All’avanzare delle colonne armate di Haftar la maggior parte delle tribù Tuareg  ha iniziato ad allearsi con lui. Significativo il cambio di posizione della Brigata 30, una brigata Tuareg pagata dal “governo” di Tripoli per tenere militarmente il pozzo di El Sharara, la quale, dopo alcune trattative, è passata dalla parte del generale Haftar.
A fare le spese di questa invasione militare del Fezzan è stata l’etnia Tebu. I Tebu hanno dichiarato che Haftar sta operando una pulizia etnica nei loro confronti, 5 deputati del parlamento di Tobruk, rappresentanti dell’etnia Tebu, si sono dimessi.
Nella sua avanzata Haftar ha trovato una pietra di inciampo nella cittadina di Murzuq, un posto stramano in mezzo al deserto, abitato e governato dai Tebu; i Tebu non gli permettono di entrare in città, Haftar bombarda, la città è assediata, i Tebu chiedono aiuto militare alla Tripolitania, ma per ora le milizie di Tripoli, di Misurata e delle altre città del nord ovest non si sono mosse.
Dicevamo che Haftar continua ad avanzare. Dopo aver preso il pozzo petrolifero di El Sharara Haftar sembrerebbe voler prendere possesso del pozzo di El Feel, 150.000 barili di produzione giornaliera ai bei tempi, ora ridotti a circa 70.000 barili al giorno. Questo è un pozzo compartecipato dall’ENI, il più importante pozzo dell’ENI sulla terraferma libica. A difendere El Feel ci dovrebbe essere (sui movimenti militari in Libia il condizionale è d’obbligo) Ali Kanna, un importantissimo notabile tuareg nominato governatore militare del Fezzan dal governo di Tripoli, il quale non è riuscito a mantenere la fedeltà della tribù tuareg che controllava El Sharara ed ora, con i tuareg a lui ancora fedeli, si dovrebbe essere ritirato ad El Feel.
Haftar cercherà di trattare? Ali Kanna si ritirerà ancora o si arriverà allo scontro? Le città-stato “fedeli” al  cosiddetto governo di Tripoli scenderanno a sud?
Vedremo, la Libia sembra essere nuovamente sull’orlo di una guerra civile.
La conferenza di unificazione nazionale che doveva portare alle elezioni è stata rimandata.

 

 

SIRIA

Il 14.02 scorso si è tenuto a Sochi, in Russia, un nuovo incontro tra Russia, Iran e Turchia sulla stabilizzazione della Siria.
La sensazione che se ne ricava è quella di uno stallo totale nelle trattative.
Per quanto riguarda la zona di Idlib, l’unica ancora in mano ai ribelli anti-regime, la Russia ha ribadito la propria impazienza. Si era evitato l’attacco Russo-Siriano della zona attraverso un accordo – settembre del 2018 –  che, tra le altre cose, prevedeva che la Turchia si facesse garante della stabilizzazione interna di quell’area. Dopo la battaglia di gennaio vinta dai jihadisti di Hayat Tahrir al Sham sulle milizie ribelli filo-turche, Idlib è per l’80% in mano agli eredi di Al Qaeda in Siria. È dunque venuta meno una delle premesse fondamentali dell’accordo Russo-Turco dell’autunno scorso. Nel corso della conferenza stampa successiva all’incontro si è parlato genericamente di fare nuovi importanti passi per rimuovere i terroristi islamici dal distretto di Idlib, però Putin ha escluso chiaramente la possibilità di un’invasione. Ora, uno potrebbe chiedersi: c’è un’area praticamente in mano ai terroristi e si dice che quei terroristi devono essere annientati, ma se non invadi l’area come li annienti? Non si sa. Quello che si sa è che il regime Siriano ha iniziato bombardamenti pesanti su tutta la zona. Bombardamenti che hanno colpito anche i civili.
Per quanto riguarda l’attuale Kurdistan siriano – cioè il nord-est della Siria – alla richiesta di parte turca di controllare una zona cuscinetto di 32 chilometri dentro al confine siriano la risposta è stata che qualsiasi intervento militare di un Paese esterno dentro i confini siriani deve ricevere l’assenso della Siria. Che è un modo un po’ articolato di rispondere: “no”.
Putin, Rohani ed Erdogan hanno deciso di avere un nuovo incontro a fine marzo – inizio aprile. Insomma sembrerebbe che, come in tutte le riunioni in cui non ci si trova d’accordo, si è rimandato tutto ad una riunione successiva.

 

FRANCIA

IL 12 gennaio scorso, durante una manifestazione dei gilet gialli a Parigi, un’equipe dell’Huffington Post individua un servizio d’ordine con tanto di bracciali bianchi di riconoscimento che sta gestendo il corteo, i giornalisti si avvicinano ed intervistano alcune di queste persone. Tra gli intervistati c’è un certo “Anthony”. Il video dell’intervista va in rete. Alcuni internauti telefonano alla redazione dell’Huffington Post e dicono: “Guardate che quello che avete intervistato non si chiama “Anthony”, si chiama Victor Lenta…”
Victor Lenta, nato in Colombia, cittadino francese, ex paracadutista, il 20 giugno del 2014 va a combattere nel Donbass, in Ucraina, accanto ai separatisti filo-russi e fonda “Continental Unit”, un’organizzazione che aiuta appunto i volontari dei vari Paesi ad andare a combattere in Ucraina accanto ai “fratelli Russi”.
In un’intervista concessaalla giornalista Nastia Houdiakova, fatta a settembre di quell’anno, gli viene chiesto se è un neo-nazista. Il nostro Victor Lenta risponde seccato di no e dichiara che i gruppi in cui lui ha militato: Generazione Identitaria, Oeuvre Francaise, Black Lily, sono in linea con il nazionalismo tradizionale.
Il lettore può farsi un’idea di “quanto poco” siano neonazisti questi gruppi facendo una ricerca su internet… qui riportiamo a titolo di esempio come l’Oeuvre Francaise immaginava il futuro nel suo ultimo convegno:  “Il primato della politica sull’economia. Di ciò che è spirituale su ciò che è materiale, di ciò che è nazionale su ciò che è straniero, del qualitativo sul quantitativo, della selezione sull’elezione, del talento sul denaro, della bellezza sull’utilità”. Insomma, il meglio della cultura fascista-europea degli anni ’30.
Ecco il nostro Victor immortalato ai bei tempi del Dombass e nel servizio d’ordine dei gilet gialli a Parigi, insieme ad alcuni amichetti suoi. (Nella foto dei miliziani filo-russi è il primo a sinistra).

Demonstrators wearing yellow vests march during a protest in Paris, Saturday, Jan. 5, 2019. Hundreds of protesters were trying to breathe new life into France’s apparently waning yellow vest movement with marches in Paris and gatherings in other cities. (AP Photo/Kamil Zihnioglu)

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