COORD. ADRIANO AMATO

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IL PD, IL M5S E L’IMPOSSIBILE CONTRATTO ALLA TEDESCA

Penso che la questione del possibile accordo di governo con il M5S segni per il Pd un punto di non ritorno: ce ne sono stati altri, ma si è poi proceduto decidendo di non affrontarli, quindi nulla esclude che vada così anche questa volta, e sarebbe un vero problema. Il vero problema. 
Qui non si tratta di non sedersi a discutere con una forza politica che ci ha insultati. Se ci si dovesse basare su questo, “er poro” Berlusconi non avrebbe mai dovuto fare il governo con nessuno.
La questione è ben più profonda. Intanto, l’Italia non è un paese abituato a governi di larghe intese. Nonostante ciò, dal 2011 il Pd è stato impegnato in governi di questo tipo, anche se dopo la scissione di Alfano da Berlusconi, parlare di larghe intese è un po’ improprio visto la sproporzione tra PD e alleati. Forse proprio per questo l’alleanza con Alfano ha avuto nell’immaginario collettivo un peso molto più forte di quanto l’abbiano avuto le esperienze precedenti in alleanza con Berlusconi. 
Ora, nel caso attuale, ci troviamo di fronte a una possibilità di larghe intese? Dal richiamo al contratto “alla tedesca” che il M5S fa quotidianamente, sembrerebbe di sì. Ma in realtà non è così.
Forse non potrebbe essere diversamente in un sistema tripolare, ma fatto sta che ci troviamo di fronte a una scelta di sistema: per una parte del Pd (dirigenti, militanti di base, elettori) il M5S è meglio del centrodestra. Per loro, è una forza politica tutto sommato più vicina al Pd, portatrice di molte istanze sovrapponibili. Non temo di essere smentita, se sostengo che ci siano parti importanti del Pd che pensano che il M5S abbia avuto ragione su molte delle critiche fatte ai governi del Pd. Certo, esiste pure qualcuno del Pd che pensa che la Lega avesse ragione sulla questione migranti, ma per fortuna sono casi limitati e comunque anche quel pensiero non li porta ad “aderire” alla visione complessiva della Lega. 
La propaganda del M5S in questi anni è stata efficace per tanti motivi (non ho spazio qui per parlarne), ma principalmente perché molte parole d’ordine, molti contenuti, molte loro idee sono penetrati profondamente nel “corpo” del Pd, perché in parte condivisi. 
C’è un’altra parte del Pd, in cui io mi colloco, che invece non pensa che il M5S sia meglio del centrodestra, anzi, pensa che per sua forma costitutiva, azione di creazione del consenso, legami internazionali, sia persino più pericoloso. È essenzialmente per questo che a suo tempo scelsi di lasciare Sel (il cui nuovo corso era chiaramente filo-M5S, che si sarebbe tramutato rapidamente in un’alleanza se solo il M5S lo avesse consentito). Gli anni successivi non hanno fatto altro che darmi elementi di conferma della bontà della mia scelta. Improbabile che cambi idea, ma sono aperta a qualsiasi discussione. Purché questa discussione si faccia. Pensare che il Pd possa appoggiare un governo del o con il M5S in modalità larghe intese, è una baggianata. La crisi di identità del Pd è profonda, e l’alleanza con il M5S entrerebbe in quella ferita in modo così profondo da cambiare tutto radicalmente. Qualcuno, anzi potrei dire molti, lo auspicano. Sono molti di quelli che hanno votato M5S, pur restando pronti a “tornare a casa”, una volta che il Pd abbandonasse il profilo assunto negli ultimi anni (e non solo da Renzi in poi, questo riguarda solo alcuni diventati alternativi solo di recente) e tornasse ad essere un partito più “antagonista” al sistema, o radicale che dir si voglia. 
Naturalmente, io penso che ci sia un errore profondo in questo modo di pensare, e una sottovalutazione pericolosissima delle conseguenze di un impianto populista e ambiguo come quello del M5S, ma non posso negare che sia un pensiero diffuso. 
Ragion per cui, direi che possiamo smettere di far finta che in ballo ci sia la decisione su un’alleanza per una situazione di contingenza, e possiamo dunque iniziare la riflessione profonda che dobbiamo a noi stessi e all’Italia su quello che ha significato l’azione di governo riformista più incisiva (nel bene o nel male, credo sia innegabile) degli ultimi decenni e quale sia la prospettiva per il futuro. I partiti sono strumenti, non sono casa di qualcuno. Tutti abbiamo il diritto di dedicare il nostro tempo a qualcosa in cui crediamo. Io riconosco a tutti la legittimità di pensarla come vogliono. Purché non ci si riduca a passare il tempo a darsele di santa ragione per obbligare l’altro a pensarla diversamente. Vale per tutte le parti in causa, ovviamente. E ovviamente, richiede la maturità di una discussione vera e “adulta”, a cui possibilmente far seguire delle scelte di senso. Di senso per ciascuno di noi e per il futuro del Paese.

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